Cosimo Sarti, a Colonia con Michael nel cuore

Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere: Cosimo Sarti, nostro appassionato lettore, ha fatto visita alla collezione privata di Michael Schumacher in quel di Colonia. Un viaggio emozionante dipinto di ricordi indelebili, alla (ri)scoperta di chi per Cosimo era semplicemente, e da sempre, il supereroe per eccellenza.

“Non è brutto Schumacher.”
“Come hai detto piccolino?”
“Non è brutto Schumacher.”

Era la fine degli anni ‘90 e io, per qualche motivo tutt’ora oscuro, ero già uno sfegatato tifoso Ferrari. Mi ricordo bene quando ho iniziato a seguire il calcio, il basket o altri sport, ma non la Formula 1: quella c’è da sempre. Avrò avuto due, massimo tre anni quando ho deciso che quel ragazzo che faceva viaggiare così veloce la sua macchina rossa, inseguendo quelle dei cattivi che presto ho imparato essere la Williams e la McLaren, sarebbe stato il mio supereroe. Niente cartoni animati, niente Batman o Superman, molto meglio Michael Schumacher.

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Quel giorno di fine anni ‘90 è uno dei primi ricordi che ho su Michael. Ero un bambino quieto, non di quelli che si presentano a tutti per attaccare bottone e, anzi, gli estranei mi davano abbastanza noia e mi mettevano in soggezione. Un giorno, al ristorante, stavo mangiando tranquillo quando ho captato qualcosa di mio interesse da un tavolo vicino. Erano alcune signore che parlavano del mio eroe, così ho teso l’orecchio. Con grande orrore ho scoperto che stavano commentando il suo aspetto, ed erano giunte alla conclusione che fosse brutto. Con tutta calma, mi alzai e arrivai fino al tavolo di quelle tanto irrispettose signore e, tra la perplessità generale, le misi al corrente del fatto che Schumacher non era brutto. Di fronte alla mia sicurezza e non disponibilità a lasciare che la conversazione scivolasse sul classico “Ciao bel bimbo come ti chiami?” si trovarono costrette a ritrattare e a convenire con me che no, Schumacher non era per niente brutto. Anzi.

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Il mio viaggio a Colonia, per visitare la collezione privata Schumacher, è stata una spedizione di natura simile: improvvisa e totalmente al di fuori della mia zona di comfort. Erano mesi che ci giravo intorno quando la mia risoluta ragazza mi ha comunicato, nel biglietto di auguri di compleanno probabilmente migliore di sempre, che era disposta ad accompagnarmi. Tre giorni dopo, sopportate sedici ore di Flixbus e usciti indenni da una complessa sequenza di mezzi pubblici tedeschi, ero alle porte del sogno di ogni appassionato che abbia memoria degli anni di Schumi.

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Volete sapere cosa c’era nell’esposizione? Tutto, dalle monoposto campioni del mondo a quel parrucchino rosso: tute, caschi, trofei, regali dei meccanici, medaglie ricevute da capi di stato, i pass per i circuiti, scarpe, fotografie. Ho passato in quei pochi metri quadri tutto il giorno, fino al momento di riprendere la stramaledetta corriera. E’ uno spazio da attraversare con calma, riallacciando i propri ricordi alla carriera di Schumacher. L’ambiente è molto tranquillo, nonostante l’ingresso sia completamente gratuito e libero; un po’ perché l’esposizione non è pubblicizzata, un po’ perché in un posto sperduto alla periferia di Colonia non ci capiti per caso in vacanza con la famiglia. In poche parole, chi si trova lì dentro è sicuramente un appassionato come voi e non vi disturberà in alcun modo durante la visita. Si comincia con un’enorme gigantografia del podio del GP di Cina 2006, quello di Schumi che piomba senza preavviso sulle Renault via via che la pista si asciuga, infilandole una alla volta mentre annaspano fra ordini di scuderia e scelte di gomme sbagliate. Dietro, si nasconde una saletta dove si possono guardare e ascoltare reperti audio o video e interviste a vecchi amici o rivali che, guardati con calma, occupano anche un paio d’ore. Dopodiché, iniziano le monoposto in ordine cronologico: dalla prima Formula Ford fino all’ultima Mercedes W01, passando per tre Benetton e più di mezza dozzina di Ferrari, disposte lungo il percorso rappresentato da una pista stilizzata. La F1-2000 invece, insieme alla tuta usata a Monza 2000, al trofeo di Suzuka 2000 ed al “biglietto” di pronta guarigione firmato dalla squadra dopo Silverstone 1999, è su una piattaforma separata, al centro di tutto l’edificio. Nelle teche ai lati del tracciato principale sono messe in fila tutte le tute, i caschi e i cappellini utilizzati nel corso degli anni, mentre i trofei – per mancanza di spazio! – sono solo una parte di quelli vinti in carriera. In fondo c’è un negozietto che vende merchandising a prezzi tutto sommato ragionevoli; sempre se si può considerare ragionevole una qualunque spesa per l’acquisto di un orsacchiotto con il cappellino di Schumi. Ci tengo a precisare che io ho optato per la sobrietà, uscendo da quell’agguato al mio portafogli con in mano solo una maglia e il catalogo. Dopo aver mangiato nel ristorante del Motorworld, ho fatto un ultimo giro dell’esposizione soprattutto per rivedere quella F1-2000 al centro della sala che è stata il mio primo modellino di F1, consumato a forza di giri veloci sul tavolo del salotto. Quando mi sono girato per prendere la via dell’uscita, ancora circondato da quei cimeli del primo mondiale di questo millennio, ho notato un particolare: niente aveva un colore diverso dal rosso Ferrari. L’unica F1 fuori posto, spostata verso l’inizio del percorso invece che alla fine, è la W01. Io non so spiegarvi il perché di quella Mercedes in disordine, ma so bene che nel mondo della F1 niente accade per caso – e anche se così fosse… noi preferiamo chiamarlo destino.

– Cosimo Sarti

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